Non è importante sapere chi sei, ma scoprire che cosa sei. Cosa sei, costruisce chi sei, espandendosi a sua volta. Scoprire cosa si è, è novità, riconoscere chi si è, è invece ancora rimanere radicati sempre nell’accaduto.
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Le trame del pensiero sono fitte e numerose: quando pensi di essere sul punto di averle sbrogliate, ti accorgi che era solo un’altra modalità per tenere la consapevolezza lontana dalla verità con l’abbaglio dell’illusione. La sua astuzia, la sua maestria e la sua straordinaria sagacia nel farti rimanere sempre in superficie, per potersi muovere liberamente nei meandri del tuo inconscio, è davvero una strategia micidiale, incredibile, sbalorditiva ed allo stesso tempo anche stupida, meschina e perversa.
La notte non è il prolungamento del giorno, non più di quanto la luce non è affatto l’assenza di oscurità.
Giorno e notte non hanno proprio nulla in comune, così come quando c'è fulgida radiosità, non c'è più spazio alcuno per il grigiore dell’ombra.
L'amore truce per noi stessi, invero l'idea di amore che nel tempo abbiamo coltivato e modellato a nostro uso e consumo per poterne avere una sensazione ripetibile e vantarci così di conoscerlo e di saperlo provare attraverso le nostre azioni e sensazioni, ha determinato in noi varie misure di questo sentire, relegandolo in specifici e remoti spazi angusti delle nostre memorie, dandogli arrogantemente i più stravaganti nomi per confermare, dapprima a noi stessi e poi al soggetto cui è rivolto, ciò che è rimasto di questa intensità, ridotta dai quasi tutti alla mera reiterazione del piacere.
Dovremo chiederci con assoluta onestà e profondità interiore, quella del silenzio vasto della scoperta, cosa realmente sappiamo dell'amore e se sia misurabile, ovvero poter asserire che sia puro o casto, grande o piccolo, profondo o sincero, infinito o eterno, unico o assoluto e così via.
Possiamo confrontare o sezionare l'amore?
Possiamo dividerlo in parti e paragonarlo con idee o supposizioni peculiari e denominarlo in funzione dei contesti in cui pensiamo che si manifesti?
Possiamo ricordare, decidere, scegliere o rifiutare di amare?
Perché dividiamo l'amore del genitore da quello dei figli, l'amore sessuale da quello per la terra, l'amore del fratello dall'amore della moglie, l'amore religioso dall'amore per l’arte?
Sappiamo veramente amare?
O il fatto forse di non saper proprio amare, di non aver umilmente percepito mai la vastità di questo sentire straordinario, di non aver mai forse provato quell’emozione priva di causa, ha creato tutta questa ricerca, mania e fobia di sapere e descrivere cosa sia, di averlo tutto per noi e di volerlo controllare, dosare e mostrare verso chi o verso cosa vogliamo?
Se lo sapessimo, se l'amore fosse coltivabile, insegnabile attraverso un metodo, un rito, uno scritto, un gesto, una parola o un'attitudine, non sarebbe una cosa morta?
Non è forse che non sapendo non solo cosa sia, ma non avendolo forse mai provato, reputiamo più facile schematizzare dei comportamenti e delle gestualità a cui dare il nome di amore di un certo tipo, conformandoci nel dire di averlo provato, riconoscendo così quel sentimento ed essere in grado poi di poterlo esprimere per sentirci in tal modo accurati e giusti?
Se avessimo anche solo per un istante ascoltato attentamente la bellezza immensa, eccelsa, sublime e vasta della melodia altissima dell'amore vero, senza essere intervenuti per possederla, dividerla, usarla e ricordarla, allora non conosceremo solo l'amore truce di noi stessi, quello che ci fa chiedere continuamente di essere amati e di essere ricambiati, ma saremo tutt'uno con la delicatezza, la dolcezza, la soave e casta purezza di quel candore interiore che non ha macchia alcuna di egocentrismo.
Ogni azione d'amore che compiamo, dato che l'abbiamo già scelta, sia pure inconsapevolmente, ha in sé già una divisione tra colui che pensa di amare ed il sentimento che diventa un motivo: ma quando c'è motivo nell’agire, allora è il motivo che diviene importante, non l'azione.
Quando guardiamo il cielo stellato adornato dalle mille luci delle stelle e dalla sfolgorante luna piena che lo accendono d’incanto ed abbiamo un motivo per farlo, è il motivo che guida l'azione: quel motivo siamo noi stessi e l'emozione ricercata per soddisfarci.
Quando viviamo con qualcuno pensando di amarlo ed abbiamo anche solo un motivo per farlo, è il motivo che ci fa amare: dunque quel motivo, che noi chiamiamo amore, è sempre quello di noi stessi che attende un effetto, uno scambio, una conferma o una ricompensa.
Quando guardiamo una persona ed abbiamo un motivo per farlo, dicendole che ci piace, allora stiamo guardando ciò che vogliamo da quella persona, il piacere che ci adduce, non la persona, ovvero ancora noi stessi ed il desiderio che ci ha indotto a vederla e a cercarla.
Ora, dato che il motivo può cambiare perché è soggetto al tempo, come può la bellezza, l’amore, la dolcezza e la bontà dipendere dalla motivazione? Così quando amiamo solamente noi stessi, i nostri piaceri, i nostri partner, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri animali, i nostri desideri, i nostri fiori, le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre scelte ed i nostri beni materiali o spirituali, identificandoci in essi, abbiamo un motivo per farlo e quella motivazione è la ristrettezza di noi stessi che ama per un risultato: stiamo amando ciò che vogliamo per noi, per il nostro appagamento, per colmare la solitudine interiore con l’importanza; dunque amiamo solo il nostro piccolo e misero sé e questo è l'amore truce dell'ego.
Un amore che ha interessi, accordi, litigi, doveri, invidie, compromessi, conflitti, delusioni, giudizi, rifiuti, odio, ripicche, gelosie, sofferenze, rancori, dolori, piaceri ingordi, flebili sprazzi di gioia, paura di perdere o di restare soli, desiderio di avere o di essere di più, orgoglio di donare per essere riconosciuti e tutto ciò che non è affatto amore vero.
L'amore vero non è duale, non ha divisioni, non conosce confronti, trattati, baratti, misure, obblighi, motivi, scambi, rimorsi, cause o risultati. Non può essere indotto, scelto, usato, gettato, direzionato, trattenuto dai ricordi o millantato dalla vanità. L'amore vero è sempre nuovo, fresco, sublime, sgargiante, semplice, timido, spontaneo e gentile, per questo non è avulso, sterile, arido, ripetitivo e meccanico come quello truce del sé. L'amore vero non può essere neppure un vanto, come l'orgoglio brutale del possederlo oppure il piacere cosciente di provarlo o di accumularlo, usarlo o veicolarlo per una cosiddetta buona causa ed un uomo che conosce solo l'amore truce di sé stesso, quello che gli ha insegnato la tradizione e la società, la chiesa e la scuola, il seminario, la famiglia e la liturgia, è un uomo finto, rude, sgualcito, illuso, deforme, appassito, che è stato reso progressivamente crudele, parassita, isolato e meschino da quello stesso sentimento che dovrebbe liberarlo da tutta quella miseria interiore che lo ha divelto.
Quando l'amore vero giunge impetuoso ed inaspettatamente, perché niente e nessuno può raggiungerlo o invocarlo, non può essere affatto riconosciuto, perché essendo sempre nuovo, unico ed assoluto, ogni divisione o immagine che intendesse trattenerlo nel cognito, non può essere: la sua bellezza è che non c'è l'amore vero e chi ama, ma c'è uno stato unico, assolutamente sacro, profondamente religioso, straordinariamente coeso, benedetto e quieto, vigile ed attento, totalmente eccelso, inviolabile, integro e scevro da ogni marciume del desiderio, purificato da ogni insolenza del pensiero e svuotato da ogni insulto logoro della meccanicità, quella rude e crudele dell’insensibilità.
Ci si può ritrovare ad essere questa solennità solamente senza saperlo, senza volerlo e senza sceglierlo, all'improvviso, come quando abbiamo per qualche istante amato inconsapevolmente veramente qualcuno, quando abbiamo sentito ardere quella fiamma poderosamente vasta ed indomabile nei nostri cuori, per poi spegnerla crudelmente ed immediatamente con la brutale volizione del possesso e con il desiderio della mente di avere quell'oggetto che ci è sembrato di averla indotta in noi.
L'amore truce di noi stessi che intenda essere amore vero è la stolta volontà dell'avidità di possedere la purezza e la castità: essa non potrà mai essere il candore dell’innocenza; quella meretrice non potrà mai ripulirsi dalle immonde e lerce incrostazioni dei piaceri che la inseguono e che spudoratamente ripete di nascosto per riempire il vuoto evanescente di sé stessa. Solamente quando essa ha fine, quando non occuperà stabilmente tutti gli spazi del cuore e della mente con i suoi tempi, i suoi tranelli, i suoi amplessi e le sue paure, allora potrà esserci umiltà, libertà, armonia e sensibilità: terreno fertile e virtuoso per poter scoprire davvero il sacro e far germogliare finalmente in noi l'amore puro, vero ed incondizionato.